[ focus ]

Kojak

10 anni passati in un attimo

k2

Quando ho iniziato a costruire questa pagina pensavo a una piccola scheda con qualche episodio carino e divertente su Kojak. Poi, notte dopo notte, mi sono accorto che la mia scheda stava diventando un piccolo romanzo: perché no? In fondo queste sono notti passate ad ascoltare se e come respira, se e quando ha bisogno di qualcosa: è naturale che mi tornino in mente tanti momenti, tanti attimi di questi 10 anni a cui non avevo più pensato, che avevo subito dimenticato.


Non so se questi appunti diventeranno mai qualcosa di compiuto, adesso lascio libera la voglia di scrivere e di ricordare.

Milano, 27 marzo 1997 - 2:40

Kojak oggi è qui. Forse non sarà il paradiso, ma ci si avvicina molto

Una K sull'ultima casa di Kojak:

terra, sassi e legno

La vista dalla casa di Kojak:

il lago da Mandello del Lario

Ancora il lago visto da Mandello:

sullo sfondo le Alpi verso la Svizzera

1985, i primi anni

Il quadretto

30 marzo 1997, l'ora che non c'è

1985, i primi anni


Kojak è nato il 15 aprile del 1985 a Roma. Mio padre mi ha raccontato di averlo preso da un importante allevamento e che era figlio di campioni. Probabilmente non è vero, ma tant'è: lui ne andavamo molto orgoglioso. Già perché Kojak era stato preso da mio padre, che non viveva con me, e nei primi anni della sua vita è stato sempre con lui: in quel periodo papà andava in girò con Mustafà (uno splendido gatto certosino) chiuso nel giubbotto e Kojak al guinzaglio. Per farli andare d'accordo è stato necessario anche il mio intervento: la prima volta che Kojak ha visto Mustafà , ha infilato la testa nella gabbia ed è successo probabilmente qualcosa di tremendo. Non è stato facile nei giorni seguenti convincere il gatto che quel cucciolone non gli avrebbe fatto niente: alla fine - come sempre in questi casi - l'operazione è riuscita. La loro vita insieme non è stata molto lunga. La stessa estate del 1985 Mustafà è morto e papà e Kojak sono rimasti da soli. Io li guardavo con simpatia, ma pur amando molto i cani e gli animali, non mi sarei mai sognato di prenderne uno con me. Kojak probabilmente percepiva questo distacco neanche troppo lieve e il fastidio le rare volte che capitava di portarlo in macchina con me: tutto pieno di peli, molto seccante. Chi ha poi visto la mia macchina negli anni successivi stenterà a crederlo: allora il cane sul sedile posteriore mi dava fastidio e anche molto. Il nostro rapporto era insomma molto di circostanza: avevo occasione di vederlo tutti i giorni più di una volta al giorno, giocavamo, lo portavo un po' in giro. Io ero forse l'unica persona giovane che conosceva e lui - cucciolo - mi avevo forse preso per un compagno di giochi.
Papà viaggiava molto in quel periodo, viveva forse più a Roma che a Milano e Kojak si abituò ben presto a stare in macchina. Allora come ora, in macchina si sente tranquillo, al sicuro, a casa. Mio padre mi raccontava che appena passato il casello di Melegnano, il piccolo si raggomitolava sotto il sedile del passeggero e li' restava fino al Grande raccordo anulare di Roma.
Crescendo l'operazione è diventata più complessa, ma l'abitudine casello-casello non l'ha mai persa. E' sempre successo poi anche negli anni successivi: qualsiasi fosse il tragitto - anche le tangenziale di Milano - appena superato un casello si metteva giù a dormire. E stato spesso difficile convincerlo che esistevano anche tragitti più brevi rispetto a Milano-Roma e che Como era una città degna di essere almeno guardata: lui avrebbe continuato a dormire e scendeva dalla macchina assai perplesso.
Invecchiando, ha affinato questa abitudine: per un certo periodo abbiamo abitato nell'hinterland milanese e gli bastava l'imbocco della Milano-Meda per cadere in catalessi. Quando vedo e sento padroni che si lamentano perché il cane non vuole salire in macchina sorrido pensando al mio pastore tedesco-pilota.
27.03.1997-2.55

Il quadretto


Ricordo un quadretto appeso in camera di Bruno, era la pubblicità di un preparato per fare l'eutanasia agli animali, un veleno insomma. Raccontava in modo grazioso e con immagini molto caratteristiche (ciotola, prato, palla, collare e così via) la vita di un cane tipo; era impostato in modo tale che fosse il cane a parlare al padrone. "Fammi vivere in un ambiente pulito; dammi sempre acqua fresca; portami quando puoi al parco a giocare": il decalogo di quello che un cucciolo potrebbe chiedere al proprio accompagnatore. Tutto molto bello e giusto.
L'ultima frase suonava come "Alla fine dammi una morte serena" o qualcosa del genere. Seguiva graziosa fotografia del preparato. La prima volta che ho letto quel quadretto sono rimasto di sasso: non ricordo se Kojak esisteva già, ma c'era comunque Shaula e quindi avevo già avuto un certo contatto con i cani: al primo impatto mi sembrò tremendo. Si trattava pur sempre di un veleno, si trattava pur sempre di morte: una parola davvero tabù.
Ne parlai con Bruno: lui razionale e riflessivo come al solito mi spiegò che era giusto così. Io emotivo e impulsivo restai della mia idea: una cosa di cattivo gusto.
Quel quadretto mi è tornato in mente a distanza di molti anni, nella primavera del 1996.


30 marzo 1997, l'ora che non c'è


Kojak è morto nella notte tra il 29 e il 30 marzo 1997, la notte di Pasqua. Io non sono credente, non c'è un legame particolare con un momento dell'anno che, invece, per molti cattolici è carico di significati. Resta tuttavia uno strana sensazione perché Kojak se ne è andato verso le due e mezzo di notte, un'ora che - nella realtà - non è mai esistita. Scattava l'ora legale alle due e improvvisamente l'orologio doveva essere portato sulle tre. Le due e mezzo, quindi, non sono mai esistite, un'ora di fatto cancellata dalla vita di tutti noi. Solo un caso, uno strano scherzo del destino; chi lo vuole riempire di significato, come lo voglio io, è libero di pensare che quell'ora in quella notte sia qualcosa di davvero speciale. Se mai fosse necessario, un'occasione in più per ricordare un momento che resta impresso nella mente.
Faccio ancora un po' fatica a ripensare a quelle ultime ore, all'ultimo giorno con Kojak. Soprattutto non posso ripensarci senza tornare ancora più indietro nel tempo, a quello che è successo negli ultimi due anni: mesi in cui avrei potuto passare più tempo con lui. Invece sono stato spesso lontano e ho privilegiato situazioni e persone che non lo meritavano o che almeno non mi hanno reso felice quanto lo sarei stato se avessi aprofittato meno della incondizionata disponibilità di un cane ad accettare tutto quanto decide e sceglie - per tutti - il suo padrone.
Credo che tutto questo abbia un nome: rimpianti e rimorsi. Credo anche che sia una cosa normale. Spero solo che il ricordo di queste sensazioni mi serva in futuro a fare scelte migliori
L'ultimo giorno di Kojak è iniziato la sera di venerdì 28 marzo; mia mamma mi ha chiamato in ufficio verso le 20, dicendomi che Kojak non voleva più scendere dalla macchina. Sono arrivato subito sotto casa e quando l'ho visto sdraiato sul sedile posteriore, assolutamente apatico, completamente privo di forza e di reazioni, ho capito subito che eravamo arrivati al dunque. Ho pensato di chiamare il veterinario, ma ho subito rinunciato: troppo stress - ancora - per lui e scarsa probabilità di avere dei risultati. Ho cercato di farlo scendere con quei mezzi che fino a quel giorno avevano sempre funzionato: palline, pupazzi e le sue amatissime sottilette. Niente da fare. Ho cercato di alzarlo io, ma il suo peso e la posizione rendevano l'operazione molto difficile. Alla fine ce l'ho fatta, ma sono riuscito solo a tirarlo giù dalla macchina: si è subito messo giù sul marciapiede. Anzi, ha tentato di arrancare di nuovo per tornare sul sedile: un ultimo segnale del suo attaccamento alle macchine, di come quello sia stato uno dei posti al mondo in cui si è sentito più sicuro.
Siamo riusciti a portarlo in casa usando il suo materassino e un lenzuolo molto resistente. Nel corso della serata non si è mai mosso, ma sembrava tranquillo e un po' più presente. Gli ho fatto un'iniziezione di cortisone, sperando che servisse per tirarlo un po' su. Quando ha iniziato a lamentarsi ho pensato che avesse caldo e l'ho tirato giù dal materassino e messo sul pavimento davanti alla finestra, come piaceva a lui. Da solo non riusciva proprio a muoversi, ma dava la sensazione di essere molto tranquillo. Mi sono promesso che se fosse rimasto così - praticamente paralizzato - anche il giorno successivo avrei chiamato il veterinario per farlo sopprimere: quella era la soglia massima e anzi forse era già stata superata. A tarda notte mi sono addormentato anch'io.
La mattina del sabato mi sono svegliato per un fortissimo odore di ammoniaca. Kojak aveva fatto i suoi bisogni, mia mamma stava pulendo il pavimento. Un'altra umiliazione per lui, che si era poi trascinato fino al suo materassino dove era in quel momento. L'ho pulito bene, poi ho cercato di farlo alzare. Il cortisone evidentemente aveva fatto ancora effetto: seppure in modo incerto riusciva a camminare e stava in piedi. L'ho portato subito fuori. Era molto debole, ma non c'era paragone rispetto al giorno prima: ha fatto qualche passo in strada, siamo arrivati quasi in fondo alla via. Per qualche attimo ho ripensato ai pensieri della notte precedente come a un incubo: il momento delle scelte si allontanava ancora, tornavo a essere convinto che ce l'avrebbe fatta. Non so se sia normale anche con le persone, ma certo è che una malattia come il tumore provoca strane reazioni: sai benissimo che in quelle condizioni non c'è speranza, sai benissimo che i segnali di cedimento sono dei macigni e che l'ora si avvicina, eppure sei disposto a dimenticare tutto al primo minimo segnale di ripresa. Mentre camminavamo verso il fondo della strada avevo dimenticato tutto. Pensavo anzi di tornare alla macchina e di andare ai nostri soliti giardinetti: potevano stare sdraiati nell'erba per qualche ora. Quando si è accasciato sul marciapiede sono ripiombato nella realtà: aveva forse esaurito di nuovo le energie. Con un po' di pazienza sono riuscito a riportarlo a casa: meglio lasciar perdere i giardini, se sta male mentre siamo fuori che faccio?
In casa sta bene, giochiamo un po' con la pallina, è davvero vispo e reattivo: non si muove dal materassino ma, insomma, sta bene. Divora la pappa come se non magiasse da un mese. Si mette a dormire. Dopo un po' inizia ad agitarsi: riacquista mobilità e va avanti e indietro per casa, molto agitato. Sono contento da un lato perché lo vedo muoversi con disinvoltura, dall'altro preoccupato perché non capisco che cosa abbia. Forse deve uscire per fare i suoi bisogni, ma non voglio rischiare di portarlo giù: li farà in casa e amen. Arriva anche Bruno, Kojak gli fa le solite feste. Poi si mette sul terrazzo - c'era molto vento - e stranamente si tranquillizza. Quando si rialza, capisco qual era il problema: vomita tutto quello che aveva mangiato.
Penso per un attimo che aveva mangiato con troppa voracità, ma mi basta incrociare per un attimo lo sguardo di Bruno per capire che quello era un altro segnale. Tanti piccoli episodi delle ultime ore messi assieme portano a un quadro unico.
E' quasi sera. Kojak si rimette tranquillo a dormire, ma stranamente sceglie di stare davanti alla porta di ingresso. -segue-